viaggiare mangiando

un viaggio nel mondo del gusto e non…

Grazie dj: quando la tradizione risveglia i giovani. febbraio 11, 2010

Filed under: Uncategorized — giagio @ 7:30 am
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Ieri è stata una giornata migliore: ho trascorso il pomeriggio camminando per Kuala Lumpur, ho scoperto luoghi interessanti, ho avuto la fortuna di assistere ad una danza locale, ho consumato un ottimo Nasi Lemak in una bancarella allietato dalla musica di una band di strada ed ho concluso sedendomi in una piazzetta ad osservare la gente passare.

Poco dopo Sunny (l’amico malese che mi ospita) è passato a prendermi e siamo andati in un pub di dubbio gusto dove non si può dire che regnasse l’allegria… la serata non sembrava andare per il meglio, quando dopo uno dei tanti tormentoni commerciali trasmessi a ripetizione, il dj, forse per sbaglio o forse per provocazione, ha messo una canzone indiana: in pochi istanti i monotoni frequentatori del locale hanno iniziato a muoversi spinti dal ritmo, qualcuno ha iniziato a ballare sui tavoli, qualcuno ha intonato la canzone ed un sorriso è comparso sulla faccia di tutti. Fatto sta che il dj non ha cambiato genere musicale per tutta la serata durante la quale la gente ha continuato a ballare, nonostante il ragazzo seduto al mio fianco mi ha confessato che era la peggiore interpretazione di questa danza che lui avesse mai visto. Poco importa: l’allegria ha caratterizzato il resto della serata fino a quando il dj per annunciare che era ora di chiudere il locale ha riproposto un brano commerciale; così gli ospiti hanno smesso di ballare, hanno recuperato le loro cose e sono usciti ringraziando per la bella serata.

È stato entusiasmante vedere come un semplice dj (che poi era il barman che ogni tanto andava a cambiare cd) sia riuscito a trasformare un triste bar di periferia in un’allegra balera locale, riproponendo qualcosa di tradizionale.

P.s.: per chi non sa cos’è il Nasi Lemak sto preparando un articolo con ricetta che pubblicherò a breve.

 

Kuala Lumpur: seguendo un esempio sbagliato. febbraio 8, 2010

Filed under: Uncategorized — giagio @ 6:55 am
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Eccomi qui, a quasi due settimane dal mio arrivo in Malesia: non ho scattato neanche una fotografia e già sono stufo. Mi aspettavo qualcosa di diverso, pensavo che prendere un volo di 13 ore fosse sufficiente per ritrovarmi in una realtà differente: così non è stato.

"Morrò pecora nera.. è facile tornare tra le tante stanche pecore bianche" da Haring on flickr

Sono semplicemente in un’altra grande città: il clima è differente, si parlano lingue differenti, si mangia cibo differente, la pelle delle persone che incontri ha un colore differente ma a parte questo, è solamente un’altra grande città, dove qualcuno ha tanti soldi e gli altri cercano di farglieli spendere nei modi più svariati. Non so che cosa aspettavo di trovarmi, ma sono certo che non l’ho trovato. È vero che ho la possibilità di conoscere culture e tradizioni diverse, ma che senso ha se tutti stanno cercando di svilupparsi nel modo più veloce possibile seguendo il modello occidentale e dimenticandosi del proprio background.

Possibile che nessuno si renda conto che l’occidente non è poi tutto così rose e fiori e che non è proficuo seguire un modello se questo non è vincente, che è più facile costruire qualcosa di nuovo ed originale basandosi sul proprio bagaglio culturale e applicando la propria creatività.

Andandomene dall’Europa speravo di lasciarmi alle spalle questa stupida consuetudine di sognare il proprio futuro mettendo la propria faccia sul corpo di qualche persona di successo, di proprio padre o di qualche imbecille visto in televisione. Non sono mai riuscito a capacitarmi di come nessuno riesca semplicemente ad accettare che la propria vita sarà diversa da quella di chiunque altro e che non ha bisogno di raggiungere l’obbiettivo che qualcuno ha raggiunto prima di lui ma deve semplicemente costruire la propria strada nel modo più intelligente possibile rimanendo sensibile alle persone che lo circondano ed alle opportunità offerte dalla vita. Tutti alla ricerca del successo o rassegnati ad non averlo raggiunto.

Speravo che questo viaggio mi potesse allontanare da tutto questo ed invece ci ho sbattuto la faccia contro ancora una volta, ancora più violentemente, perché mi sono ritrovato proprio nella fase in cui ognuno cerca di infilarsi nel sistema, di non rimanerne tagliato fuori… ed io che cercavo di uscirne!

 

The longest way… Da Pechino ad Hannover a piedi. febbraio 4, 2010

“Non importa che sogno scegli di seguire, l’importante è che tu ne abbia uno. Vai, segui il tuo sogno e nel mentre ridi.” Così è come risponde Christoph Rehage a chi gli confessa che vorrebbe intraprendere un’avventura simile alla sua. È un ragazzo tedesco che il giorno del suo ventiseiesimo compleanno ha deciso di iniziare a camminare da Pechino per arrivare nella sua terra natale: la Germania. Il suo progetto è cambiato e dopo aver percorso ben 4646km in un anno attraversando deserti e distese nevose si è fermato ad Urumqui, esattamente dalla parte opposta della capitale del paese. Ma il suo viaggio non è finito qui, in quanto Christoph ha prodotto un video che sta facendo sognare molte altre persone e che è stato candidato video di viaggio 2009.

Buona visione!

 

INNANZITUTTO MI PRESENTO: la mia vita in cucina. gennaio 7, 2010

Filed under: Uncategorized — giagio @ 12:59 am
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Quando avevo sei mesi ero già a 2000 metri nel rifugio alpino gestito da mio padre e per resistere al freddo dormivo insieme a mia madre in cucina: l’unica stanza un po’ più calda. Alcuni mesi dopo i miei genitori divorziarono, io andai a vivere con mia madre e vidi mio padre solamente durante le feste quando lui era sempre impegnato dietro i fornelli, così per stargli vicino dovevo stare in cucina e cercavo di aiutarlo… a tre anni mi divertivo già a portare i piatti ai clienti e a prendere gli ingredienti che servivano a mio padre. Quando tornavo a casa, avevo sempre bei ricordi dei momenti passati in rifugio così aiutavo mia mamma in cucina. Ogni anno quando tornavo al rifugio facevo qualche cosa in più e iniziavo ad affezionarmi ai clienti abituali che si prendevano cura di me dato che mio padre era sempre molto impegnato.

Purtroppo quando avevo sette anni i proprietari del rifugio non rinnovarono la licenza a mio padre, rasero al suolo la struttura esistente e costruirono una specie di alberghetto per sciatori. Non sono mai tornato dove una volta c’era il rifugio perché mi piace ricordarlo come era e non sopporterei la vista di un albergo moderno in un luogo alpino cosi bello e selvatico. Era una baita in pietra costruita su un masso al culmine di una vallata fantastica,  l’acqua scarseggiava sempre e ricordo con malinconia quando d’inverno prendevamo la neve dal tetto per poi farla sciogliere sulla stufa e usarla per cucinare, e quando insistevo per portare le tazze di minestra ai clienti e poi ne rovesciavo metà lungo il tragitto. Purtroppo non ricordo bene l’interno del rifugio a parte la cucina, con il suo buon odore di legna bruciata, dove ho passato la maggior parte delle mie giornate:era una piccola stanza, molto calda con una grossa stufa vicino all’entrata dove mio padre cucinava la polenta. I miei ricordi sono solo questi ma hanno influito molto sulla mia scelta di diventare un cuoco.

Negli anni seguenti mio padre ha continuato a gestire rifugi alpini ed io ho continuato ad andare ad aiutarlo fino all’età di 16 anni quando nelle vacanze scolastiche ho fatto la mia prima stagione in un Hotel a Courmayeur. Adesso ho 20 anni, ho concluso la scuola alberghiera a pieni voti e sono appena tornato in Italia dopo un anno e due mesi di lavoro a Londra, per salutare i miei genitori prima di partire per la Malesia, dove nei prossimi mesi collaborerò all’apertura di un ristorante italiano.